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Omicidio di Pierluigi Torregiani, 16 febbraio 1979

Pier Luigi Torregiani, titolare di una gioielleria nella semiperiferia Nord di Milano, viene ucciso da militanti del gruppo Proletari armati per il comunismo (Pac) nel capoluogo lombardo, mentre sta per rientrare nel suo negozio dopo la pausa pranzo, verso le tre del pomeriggio del 16 febbraio 1979. È accompagnato dai suoi figli Marisa e Alberto. Torregiani viene affrontato da tre giovani armati, due dei quali aprono il fuoco verso di lui. L'orefice – che, avendo subito serie minacce nelle settimane precedenti, indossa un giubbotto antiproiettile e porta con sé un revolver – risponde al fuoco, ma viene sopraffatto e ucciso da un proiettile 357 Magnum che lo colpisce al capo. Nel breve scontro a fuoco rimane gravemente ferito anche suo figlio Alberto (da un proiettile che risulterà proveniente dal revolver del padre), il quale resterà paralizzato.
Dopo il fatto, i tre assalitori vengono visti fuggire a piedi fino a raggiungere una Opel parcheggiata a breve distanza, che parte a tutta velocità. L'auto sarà poi ritrovata abbandonata a un chilometro di distanza e risulterà essere stata rubata poco tempo prima.
Un testimone oculare, sopraggiungendo in macchina nella fase finale dell'omicidio, si trova a percorrere lo stesso itinerario della Opel in fuga, vede i tre occupanti della Opel nell'atto di trasbordare su una Renault, di cui rileva la targa che consegna alla polizia.

L'omicidio Torregiani è uno dei due omicidi commessi dai Pac pressoché in contemporanea in quel pomeriggio del 16 febbraio 1979. L'altro è quello commesso a Santa Maria di Sala (VE) ai danni del macellaio Lino Sabbadin. Ciascuno dei due commercianti, in precedenza, aveva subito una rapina ed aveva reagito a mano armata, provocando così la morte del rispettivo rapinatore. Nel comune volantino di rivendicazione, i Pac definiscono le due vittime «bottegai poliziotti» che operano «per la ripresa del comando capitalistico» attraverso la pratica di «forme di violenza antiproletaria».
Gli autori materiali dell'omicidio Torregiani, condannati con sentenza passata in giudicato, sono Sebastiano Masala, Gabriele Grimaldi, Giuseppe Memeo e Sante Fatone (tutti rei confessi), l'ultimo essendo il proprietario ed autista della vettura Renault usata per il trasbordo al quale ha assistito il teste oculare.
Come concorrente nell'omicidio Torregiani è stato condannato, con sentenza passata in giudicato, anche Cesare Battisti (uno degli autori materiali dell'omicidio Sabbadin), essendo risultato provato che quest'ultimo – a Santa Maria di Sala – e Sebastiano Masala – a Milano – hanno operato come "ufficiali di collegamento" nella gestione contestuale dei due omicidi e nella predisposizione della successiva rivendicazione congiunta.