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Omicidio di Rosario Berardi, 10 marzo 1978

Il maresciallo di pubblica sicurezza Rosario Berardi fu ucciso, a Torino, il 10 marzo 1978 con colpi di pistola - prima alla schiena e poi alla testa - a una fermata del tram poco distante dalla sua abitazione. A ucciderlo furono terroristi poi fuggiti in macchina. A nulla servì la sua reazione. L'attentato fu rivendicato dalle Brigate rosse. La rivendicazione fu più volte smentita e riconfermata. In alcune telefonate i terroristi declinarono la loro responsabilità o se ne dissociarono facendo intendere l'esistenza di contrasti all'interno della organizzazione. Il giorno dopo l'omicidio, durante il processo appena iniziato contro il "nucleo storico" delle Brigate rosse, un terrorista disse che l'omicidio del maresciallo Berardi non andava «interpretato come rappresaglia legata direttamente alle vicende processuali», ma quale «vittoria [...] nella linea dell'attacco ai centri nevralgici dello Stato imperialista». Antonio Esposito, Rosario Berardi e Giuseppe Ciotta erano stati tra i più attivi investigatori in materia di terrorismo di estrema sinistra. Grazie al loro intelligente impegno, avevano consentito di istruire il primo processo contro gli esponenti delle Brigate rosse. Vennero perciò uccisi, tutti e tre, a distanza di breve tempo l'uno dall'altro. Subirono quindi la stessa sorte di Fulvio Croce e del vicedirettore del quotidiano «La Stampa», Carlo Casalegno, anch'essi a diverso titolo coinvolti in quel processo per la difesa della legalità e intenzionati a fare del processo stesso un normale momento giudiziario e non un patologico momento di scontro tra le istituzioni democratiche e chi cercava di sovvertirle.