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Omicidio di Carlo Casalegno, 29 novembre 1977

A Torino, il 16 novembre 1977, Carlo Casalegno fu aggredito nell'androne di casa da terroristi che lo colpirono alla testa, al volto e al collo. Morì il 29 novembre 1977, tredici giorni dopo l'agguato e una straziante agonia. Le Brigate rosse rivendicarono l'omicidio sia definendolo «una risposta delle formazioni rivoluzionarie europee alla morte di tre terroristi nel carcere di Stammheim (Germania)», sia collegandolo all'attività svolta da Casalegno e alla "campagna contro i giornalisti" iniziata da qualche mese (con i ferimenti, tra gli altri, di Valerio Bruno, Indro Montanelli, Emilio Rossi). I brigatisti definirono Casalegno «pennivendolo di Stato» perché - a loro dire - era parte attiva «nella difesa e nella costruzione dello Stato di Polizia». Il quotidiano «La Stampa», di cui Casalegno era vicedirettore, era già stato oggetto di un attentato che non aveva fortunatamente causato vittime, e si era distinto per il suo intransigente orientamento contro il terrorismo. Di questo orientamento Carlo Casalegno era strenuo sostenitore. L'omicidio si verificò nel momento in cui si svolgeva a Torino quel processo contro esponenti di spicco delle Brigate rosse in relazione al quale qualche mese prima (alla fine dell'aprile 1977) era stato ucciso l'avvocato Fulvio Croce e in relazione al quale erano stati o sarebbero stati uccisi nei mesi precedenti o successivi anche appartenenti alle strutture investigative, come il brigadiere Giuseppe Ciotta, il maresciallo Rosario Berardi e il commissario Antonio Esposito. Dal processo emergeranno stretti collegamenti di prova tra l'omicidio di Carlo Casalegno e quello dell'avvocato Fulvio Croce. Responsabili del fatto saranno individuati tra i componenti della colonna torinese delle Brigate rosse e saranno condannati.