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L'attentato di via Zabarella, 17 giugno 1974

Intorno alle 9.30 del 17 giugno 1974, a Padova, un gruppo di persone armate si recò nella sede del Movimento sociale italiano di via Zabarella, allo scopo di prelevarvi alcuni documenti. Due di esse, penetrate all'interno dei locali, vi trovarono Graziano Giralucci, militante del Msi, e Giuseppe Mazzola, ex carabiniere in pensione, che teneva la contabilità della sede. I due cercarono di reagire rifiutandosi di inginocchiarsi e farsi incatenare. Furono dapprima colpiti in varie parti del corpo e poi spietatamente uccisi con colpi di pistola alla testa. Il giorno successivo, l'azione fu rivendicata da una cellula delle Brigate rosse con una telefonata alla sede di Padova del quotidiano «Il Gazzettino» e con volantini lasciati in cabine telefoniche di Milano e Padova. In questi, l'attacco veniva motivato con il fatto che nella sede di via Zabarella gli esponenti della destra eversiva «hanno imparato […] il loro mestiere di assassini […] hanno diretto le trame nere dalla strage di piazza Fontana in poi. Il loro recente delitto è la strage di Brescia». Inizialmente, gli inquirenti batterono anche piste diverse da quella "rossa"; alcuni mezzi di informazione insinuarono che Giralucci e Mazzola si fossero "ammazzati tra loro" o fossero stati vittime di una faida interna alla destra. Gli autori materiali del fatto sono stati individuati e condannati. Altrettanto è accaduto - quali concorrenti morali - per alcuni degli esponenti di maggior spicco delle Brigate rosse di allora. Le sentenze hanno ritenuto che l'attentato - il primo addebitabile alle Brigate rosse come associazione terroristica strutturata (che appena due mesi prima aveva sequestrato il giudice Mario Sossi) - fosse stato organizzato e agevolato dal nucleo centrale operativo di quel gruppo terroristico e non fosse stato opera di singoli militanti della "colonna veneta".